Chi sono
Psicologo psicoterapeuta e psicologo forense. Vivo e lavoro a Roma.
Sono arrivato a questo mestiere tardi e da lontano, e credo che sia la cosa più utile che posso dirti su come lavoro.
Prima: la musica
Ho cominciato con una chitarra elettrica. Il gruppo si chiamava Rebus, e nel 1993 abbiamo vinto il Chianciano Rock Festival.
Poi sono arrivate le percussioni africane. Dal 1996 al 2006 ho fondato e suonato in un gruppo che ha girato i locali di Roma — Piper, Gilda on the Beach, Distillerie Clandestine, Goa, Alpheus — e il Palazzo delle Esposizioni. Ho suonato con Jack Tama, Tullio De Piscopo, Pape Kanouté, Badoue N’Diaye, Sena N’Baje, Anatol Tà, e nel 1997 all’African Music Festival del Teatro Brancaccio. Nel 2003 ho portato un’installazione sonora alla mostra RECYCLART di Bruxelles. Ho pubblicato due dischi, SABA e BLUE ONE.
Per quindici anni ho insegnato percussioni, e conducendo quei laboratori vedevo emergere cose che non avevano niente a che fare con la musica: materiale personale che affiorava mentre si suonava, e fenomeni che oggi saprei nominare come ipnotici e che allora osservavo senza avere idea di cosa farne.
Chi improvvisa conosce uno stato particolare — quel flusso in cui mente, corpo e ambiente sono connessi e non c’è più niente da decidere. È lo stesso stato in cui conduco un gruppo oggi, e non è un’analogia poetica: è letteralmente la stessa cosa.
In mezzo: la banca
Dal 1998 al 2012 ho lavorato in banca. Gli ultimi anni come vicedirettore di agenzia, con responsabilità sul personale e consulenza alle aziende clienti.
Me ne sono andato dopo tre rapine in cinque mesi. Le prime due sventate, la terza no: a mano armata.
Poi tre anni come HR manager, a coordinare la formazione di una novantina di persone. Poi ho ripreso l’università e ho aperto lo studio.
Non l’ho capito subito, ma è anche da lì che viene il lavoro che faccio oggi. Quando qualcuno mi racconta un evento che continua a tornargli addosso — un incidente, un’aggressione, qualcosa che il corpo ricorda meglio della testa — non sto immaginando cosa si prova.
E vale anche per il resto: quando lavoro con un manager, o con qualcuno che ha una decisione ferma da mesi, ci sono passato.
Perché ho continuato ad aggiungere formazioni
Nel gennaio del 1998 mio padre è morto nel sonno per un aneurisma. Aveva più o meno l’età che ho io adesso.
Da lì ho cominciato un percorso terapeutico mio, e non l’ho più interrotto. E ho cominciato a studiare — prima la musicoterapia, per capire cosa la musica faceva emergere nei gruppi. Poi la Gestalt, quando gli strumenti musicoterapici non reggevano più il materiale che usciva: è l’approccio che mi è rimasto più addosso, e mi ha dato la percezione di come una situazione è vissuta da dentro invece che come appare da fuori. Poi due anni di formazione in costellazioni familiari con Marianne Franke-Gricksch, che mi hanno dato l’altra metà: quello che si trasmette attraverso le generazioni senza che nessuno lo racconti. E infine l’ipnosi, con la specializzazione in psicoterapia e ipnosi ericksoniana — perché quei fenomeni che vedevo da anni nei gruppi avevano finalmente un nome e un uso.
C’è una ragione per cui ho continuato ad aggiungere, e non è la sete di titoli.
In ognuno di quei percorsi mi sono ritrovato a lavorare su di me. E ogni volta, senza averlo cercato, mi ritrovavo davanti la stessa cosa: il lutto di mio padre. Non perché il lavoro precedente fosse stato inutile. Perché ogni approccio arrivava su quella stessa cosa da un’angolazione diversa, e trovava qualcosa che dalle altre non era visibile.
La Gestalt mi ha fatto vedere come lo vivevo. Le costellazioni, dove stavo io nel mio sistema familiare dopo quella morte. L’ipnosi mi ha dato accesso a quello che il mio corpo sapeva e la mia testa no.
L’immagine che uso è questa: è come se una ferita avesse bisogno di più punti di sutura per chiudersi. Non un punto messo meglio — più punti, in posizioni diverse.
Da lì è arrivata l’osservazione che sta sotto tutto il mio lavoro: un problema non è un problema. È un tema multifattoriale, e sono le angolazioni diverse — messe insieme, non in successione — a renderlo risolvibile. Non l’ho dedotta da una teoria. L’ho capita su di me, una formazione dopo l’altra.
L’EMDR
È arrivato dopo, e per una ragione diversa da tutte le altre. Lavorando con i gruppi incontravo sempre più spesso materiale traumatico — non genericamente doloroso: traumatico in senso clinico. E gli strumenti che avevo erano ottimi per farlo emergere e insufficienti per trattarlo con la precisione che meritava.
Quella formazione mi ha dato due cose. Uno strumento individuale per il materiale che una scena può portare a galla e che in gruppo non va lavorato. E l’esperienza di cosa significhi un protocollo: fasi definite, criteri espliciti su quando si procede e quando ci si ferma, una tradizione di ricerca che ne ha misurato l’efficacia. Venendo da approcci in cui molto è affidato alla sensibilità di chi conduce, quell’incontro è stato salutare.
La psicologia forense
Un master biennale in psicologia investigativa, giuridica e psicodiagnostica forense, L’ho intrapreso per ragioni professionali diverse — le consulenze tecniche, il lavoro peritale. In un elenco del genere sembra fuori posto, ed è forse la formazione che ha inciso di più sul modo in cui lavoro.
Mi ha restituito due cose che uso ogni volta. La prima è la differenza tra un’impressione e un fatto: in ambito forense non è una distinzione filosofica, è la sostanza del mestiere. La seconda è quanto la memoria sia malleabile — quanto una domanda formulata male possa generare un ricordo che la persona vive come autentico. È una letteratura che chiunque conduca gruppi dovrebbe conoscere, e che quasi nessuno in quest’area conosce.
SCÈNE
Il metodo di lavoro clinico di gruppo che ho sviluppato porta un nome francese, e non è una scelta estetica. È dedicato a mia nonna paterna, Veliamaria, italo-francese, che è stata per me una seconda madre.
Ci sto scrivendo sopra un libro, e accanto a quello un manuale per conduttori che sarà la base di un percorso di formazione per psicologi.
Scrittura e divulgazione
Nel 2025 ho pubblicato COMUNICA — Guida pratica alla comunicazione che funziona per Edizioni PM.
Dal gennaio 2025 collaboro con Cusano Italia TV come psicologo forense, in particolare nel programma Psiche Criminale, dove curo anche una rubrica dedicata ad argomenti di psicologia e psicopatologia. Scrivo di benessere emotivo e dinamiche relazionali su Quotidiano Sociale e di analisi psico-criminologica su Contatto.biz.
Officina Emozionale
Nel 2008 ho fondato insieme alla dott.ssa Monica Giovatore Officina Emozionale, associazione dedicata alla prevenzione, alla cura e alla formazione nel campo della salute mentale, costituita formalmente nel 2012. Ne sono presidente.
In sintesi
- Psicologo Psicoterapeuta — Ordine degli Psicologi della Lombardia n. 24446
- Laurea magistrale in Psicologia Clinica, Università Niccolò Cusano
- Specializzazione in Psicoterapia e Ipnosi Ericksoniana, SIIPE Roma
- Terapeuta EMDR certificato I e II livello — EMDR Italia
- Master in Psicologia Investigativa, Giuridica e Psicodiagnostica Forense, C.S.I. Academy
- Corporate e Life Coach — Scuola di Coaching Umanistico
- Mediatore familiare — A.E.Me.F.
- Diploma in Gestalt Counseling — A.S.P.I.C. Roma
- Formazione in approccio sistemico-relazionale e costellazioni familiari con Marianne Franke-Gricksch
- Operatore in Musicoterapia Evolutiva e Biomusica
- Supervisione clinica mensile continuativa da oltre vent’anni