SCÈNE — Lavoro clinico di gruppo
SCÈNE è un lavoro clinico di gruppo in cui la tua situazione viene messa in scena da altre persone, in una condizione particolare di attenzione condivisa, perché tu possa vedere dall’esterno quello che ti tiene fermo — e perché qualcosa possa muoversi.
Cos’è
Il metodo integra ipnosi ericksoniana, psicodramma, terapia della Gestalt, approccio sistemico-transgenerazionale e strumenti di coaching. Non è un accostamento eclettico: ogni componente svolge una funzione che le altre non svolgono. L’ipnosi produce la condizione di lavoro, lo psicodramma ne è lo scheletro tecnico, gli strumenti sistemici rendono visibile il passato, la Gestalt il presente, il coaching costruisce il futuro.
Cosa accade. Il gruppo entra in una condizione di attenzione condivisa in cui compaiono fenomeni che in ipnosi sono ben documentati nell’individuo: sensazioni fisiche che accompagnano un ruolo, movimenti non decisi, la percezione di trovarsi in un altro tempo della propria vita. Che accadano anche a livello di gruppo, e che siano la stessa cosa, è la mia ipotesi di lavoro — ed è il punto su cui sto scrivendo. In quella condizione la situazione di chi lavora viene disposta nello spazio: persone, ma anche cose che persone non sono — una paura, il denaro, il lavoro, una decisione. Ciascuna diventa una presenza fisica con cui si può interagire.
Su cosa si lavora. Non sui sintomi, ma sul blocco: quel punto in cui il movimento naturale di una vita si è fermato. Il sintomo — l’ansia, una relazione che si ripete, una decisione che non arriva — è il segnale, e quasi mai indica il punto in cui il movimento si è arrestato davvero.
Come si muove. Quando la configurazione è visibile, basta poco: uno spostamento, una frase detta a qualcuno che è presente, una persona che finalmente si vede. Il movimento che risolve è quasi sempre più piccolo di quanto ci si aspetti.
Il nome. Scène è la parola francese per scena. Indica il luogo in cui le cose accadono — non la rappresentazione di qualcosa avvenuto altrove, ma uno spazio delimitato, con regole proprie, in cui è possibile fare cose che nella vita ordinaria non si possono fare.
Cosa non è. Non è teatro: non c’è copione e non si recita. Non sostituisce una psicoterapia individuale. Non è una lettura di quello che è realmente accaduto nella tua famiglia: quello che emerge è un’ipotesi su come le cose si sono organizzate, non un accertamento.
Cosa succede in sala
All’arrivo. Le sedie sono disposte in cerchio, lo spazio al centro resta libero: è lì che si lavora. Non c’è niente da fare, se non sedersi. Nessuno dei presenti è più preparato di te.
L’apertura. Presentazione del lavoro, poche regole, e alcune attività leggere per conoscersi. Sembra un preambolo e non lo è: è lì che il gruppo comincia a formarsi come gruppo di lavoro.
Le regole. Sono quattro e sono tutte a tua protezione. Quello che accade nella stanza resta nella stanza. Puoi dire no a qualsiasi ruolo, sempre e senza spiegare. Puoi fermarti, sederti, uscire. Nessuno dà consigli a nessuno.
Chi lavora. Si chiede chi vuole portare un tema. In una giornata si fanno poche scene, quindi non tutti lavorano al centro — ma chi non lavora partecipa comunque, ed è spesso da lì che arriva la parte più utile della giornata.
Il colloquio. Chi lavora si siede accanto a me e parliamo brevemente. Serve il tema e poco altro: meno si racconta, meglio funziona.
La scelta. Scegli alcune persone del gruppo per rappresentare gli elementi della tua situazione — persone della tua vita, ma anche cose che persone non sono. Poi le disponi nello spazio, senza ragionarci troppo.
La scena. Si guarda. Si chiede ai rappresentanti cosa sentono. Quando qualcosa comincia a essere chiaro, si prova un movimento: uno spostamento, una frase, uno scambio di posizione. Per una parte della scena starai a guardare la tua situazione da fuori; poi entrerai anche tu.
L’uscita dal ruolo. Alla fine di ogni scena chi ha rappresentato torna a essere sé stesso: lascia il posto, dice il proprio nome, si scuote via il ruolo. Meno di un minuto, e non è una formalità.
La condivisione. Ci si siede e si parla. Prima i rappresentanti, che raccontano cosa hanno sentito nel ruolo; poi chi guardava; il protagonista per ultimo, e solo se vuole. Vale una regola sola: si parla di sé, non dell’altro.
Un esempio
Marta lavora su una relazione. In scena ci sono due persone: lei e il suo compagno.
A un certo punto il rappresentante del compagno dice di sentire una presenza dietro di sé. Metto lì qualcuno, senza dargli nessun nome. Dal punto in cui si trova, Marta non la vede: è completamente coperta dal corpo del compagno.
La scena resta ferma. Poi chiedo a quella figura di spostarsi di un passo verso destra.
Un passo. E adesso Marta la vede.
Tre o quattro secondi di silenzio. Poi dice, tutto insieme: «mamma… adesso è chiaro… quella è mia madre… e lui non è mia madre».
Non è servita un’interpretazione, e non gliel’ha detto nessuno. Serviva un angolo di visuale diverso, che si è ottenuto spostando una persona di trenta centimetri.
Nomi e dettagli delle storie che racconto sono modificati; in alcuni casi elementi di situazioni diverse sono uniti in un unico racconto. Resta intatta solo la struttura di quello che è accaduto.
Da dove viene il metodo
SCÈNE nasce da quattro tradizioni, e non hanno tutte lo stesso peso di prova.
L’ipnosi ericksoniana ha una base sperimentale discreta, più solida in alcuni ambiti che in altri. Lo psicodramma di Moreno ha un secolo di pratica e una letteratura limitata. La Gestalt ha studi di efficacia, meno numerosi di quelli di altri approcci. L’approccio sistemico-transgenerazionale — Schützenberger, Hellinger — è tradizione clinica e modello interpretativo: non ha studi controllati di qualità, e chi ti dice il contrario non ha letto la letteratura.
Uso quest’ultimo comunque, perché nella mia esperienza clinica funziona. Ma “funziona nella mia esperienza” e “è dimostrato” sono due affermazioni diverse, e preferisco che tu sappia quale delle due ti sto facendo.
Su SCÈNE come metodo non esistono studi. È un lavoro in costruzione, su cui sto scrivendo, e lo dico prima di chiederti di parteciparvi.
Partecipare
Chi può partecipare. Maggiorenni. La partecipazione è preceduta da un colloquio individuale gratuito di 30 minuti — in presenza, online o telefonico. Serve a capire insieme se il lavoro è indicato per te in questo momento, e può concludersi con l’indicazione a non partecipare o a rimandare. Se accade, non è un giudizio su di te: è la parte del mio lavoro che precede tutto il resto.
Non è indicato in presenza di sintomi psicotici in fase attiva, stati dissociativi rilevanti, rischio suicidario attuale, dipendenza attiva da sostanze o alcol, disturbo dell’alimentazione in fase acuta. In questi casi lo strumento indicato è un altro, e più strutturato.
Si rimanda quando c’è un evento recente ancora aperto — un lutto molto fresco, un trauma recente, una separazione in corso, una diagnosi appena ricevuta. Non perché il tema sia troppo grande, ma perché in una fase acuta serve un contenimento continuativo che un gruppo non può dare. Rimandare non significa rinunciare.
Si valuta insieme se sei in cura da uno psichiatra o da un altro terapeuta, se assumi farmaci che agiscono sul sistema nervoso, se sei in gravidanza, o se hai già partecipato a esperienze simili andate male. Se sei già in psicoterapia, il tuo terapeuta deve saperlo.
Nessuna di queste cose esclude automaticamente, e alcune posso saperle solo da te. Il rischio che corri omettendole è più grande di quello di non partecipare.
Come si accede
- Mi scrivi a psy@ferrarigiuliano.it o mi chiami al 349 329 2913
- Fissiamo il colloquio preliminare
- Iscrizione e pagamento entro 7 giorni dalla data scelta
Riservatezza
Sono vincolato al segreto professionale su tutto quello che emerge. Agli altri partecipanti chiedo lo stesso impegno reciproco, e lo mettiamo per iscritto all’inizio di ogni incontro — ma è giusto tu sappia che in un gruppo la riservatezza dipende anche dalle altre persone presenti, non solo da me. Se questo è un ostacolo, il lavoro individuale è la strada giusta.
Una cosa che va detta
Il lavoro esperienziale di gruppo, in tutte le sue forme, può produrre effetti indesiderati: reazioni emotive intense e prolungate, peggioramenti temporanei, decisioni prese sull’onda e poi rimpiante. Non sono numeri altissimi, e non è una ragione per non partecipare. Ma sono reali, e chiunque ti presenti un lavoro di questo tipo come un’esperienza che può solo far bene ti sta dando un’informazione falsa.
Dopo
Molti escono un po’ rallentati, come dopo un viaggio lungo. È normale e passa. Il consiglio è di non riempire subito la serata, e di non prendere decisioni importanti sull’onda: se una cosa è chiara oggi, sarà chiara anche tra due settimane.
Se nei giorni successivi qualcosa non passa — un’attivazione che non si spegne, un umore che non torna, un pensiero che si fissa — scrivimi o chiamami. Non è un disturbo: fa parte del lavoro.
Costi
| Formato | Durata | Costo |
|---|---|---|
| Pomeriggio | 2–3 ore | 50 € |
| Giornata | 10:00–18:00 | 120 € |
| Intensivo | Due giorni | 200 € |
Colloquio preliminare gratuito. Pagamento anticipato all’iscrizione. Posti limitati, indicati per ogni data.
Le quote sono esenti IVA in quanto prestazioni sanitarie (art. 10 n. 18 DPR 633/72) e detraibili al 19% come spese sanitarie. Al termine ricevi regolare fattura.
Disdette
- Fino a 7 giorni prima: rimborso integrale.
- Da 7 giorni a 48 ore prima: la quota resta valida per un incontro successivo entro sei mesi.
- Nelle ultime 48 ore: la quota non è rimborsabile né trasferibile, perché il posto non è più assegnabile.
- In caso di malattia documentata o grave imprevisto, la quota è sempre trasferibile.
Prossimo incontro
Sabato 5 settembre, 10:00–18:00
Officina Emozionale — Via Alberto Moravia 49, Roma
Massimo 15 partecipanti